"Gran parte dell’eterogeneità e frammentazione spaziale della città contemporanea trova le proprie radici in successivi movimenti di rottura dei sistemi di solidarietà e nel corrispondente emergere di sistemi di intolleranza, siano essi di carattere sanitario, religioso, etnico o culturale, o riguardino differenti modi di vita o livelli di reddito, abitudini di consumo o scelte relative ai caratteri dello spazio abitabile. L’intolleranza nega la prossimità, separa e mette a distanza attività, edifici, spazi pubblici, loro abitanti e frequentatori. La configurazione della città e del territorio è cambiata ogniqualvolta, mutando aspetti fondamentali della struttura economica e sociale, si sono modificati i sistemi di solidarietà e intolleranza entro la società. L’intera storia della città occidentale, forse di ogni città, potrebbe essere scritta avendo riferimento ai sistemi di compatibilità e reciproca incompatibilità tra persone, gruppi sociali e attività che, nei diversi periodi e nelle diverse parti del pianeta, l’hanno marcata. Anche oggi la questione urbana si rivela sempre più come esplosione di nuovi sistemi di intolleranza."

— Bernardo Secchi, La città dei ricchi e la città dei poveri, Laterza 2013.

"Si era creata una prigione, e pareva ci stesse bene. Perciò la scoperta di una prigione in cui lo si poteva tenere ingiustamente, per forza, per violenza, per macchinazione e decisione altrui, aveva sommosso in lui un lucido e implacabile odio, una gelida e micidiale follia. E in fondo, nella vita, la più grande affermazione di libertà è quella di chi si crea una prigione. […] Ma la prigione vera, quella di cui gli altri tengono le chiavi, quella cui gli altri vi costringono, è appunto la negazione della prigione cui forse ogni uomo aspira e che alcuni, inconsapevolmente o meno, realizzano la propria vita."

— Leonardo Sciascia, Il contesto, Feltrinelli 1999.

"Essere in vita infatti non è altro
che il lusso di un ritardo, restare
nel possibile sospesi tra il poco
e il troppo, ma sempre fuori posto,
sentendo che si può,
che si potrebbe, in un fresco presente
immaginato, pascolo ricco
che viene tralasciato."

— Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

"E’ delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra.
- Io non ho desideri né paure, - dichiarò il Kan, - e i miei sogni sono composti o dalla mente o dal caso.
- Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
- O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge."

— Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori 2010.

"Ogni bella giornata di novembre
è quasi sempre un’occasione persa.
La luce ha fretta
la luce di novembre non aspetta,
ci pensi sopra e non è più in offerta.
E ci si illanguidisce alla promessa
di una felicità, ah, più che certa
se solo avessi avuto l’accortezza
di predisporre il giusto materiale:
un giro inconcludente in bicicletta
e labbra sfaccendate da baciare."

— Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

"

Che forse non è questo il mio mestiere?
Perdere tempo, questo è il mio mestiere,
e il bello è perdere quel che non si ha.

Ho perso tempo e certo non l’avevo
ma io perdendo prendo, anzi ricevo,
lusso supremo, la mia immortalità.

Altro non voglio infatti che essere immortale
qui in questa terra essere immortale, sospesa
in mezzo al tempo non più mio, esposta

e già finita, chiuso animale che certo
non risorge, giocando alle parole sono l’inizio.

"

— Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

"Sempre voler capire. Non si può.
Bisogna cedere, bisogna ritirarsi,
bisogna fare come fanno i gatti
quando si acquattano, i muscoli in un fremito
contratti, prima di scagliarsi verso
una qualche preda, che sia per gioco
o che sia roba seria; o quando in ferocissimo
kabuki affrontano il rivale, e l’universo
intero allora si concentra in un assorto
e millimetrico avanzare, e poi
senza preavviso, forse perché si sta mettendo
male - la scusa è sempre una mosca o un moscerino
che si ritrova dalle loro parti -
guardano in giro, si fingono distratti,
loro che c’entrano? Mica era sul serio!
Ma chissà, forse si distraggono davvero."

— Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

"Andavo nel silenzio prima
andavo nel silenzio e il suono
si levava dal silenzio
e mi raggiungeva, perché io l’ascoltavo
nel silenzio e stava lì con me
entrando in casa. E noi eravamo insieme
e il buio silenzioso ci sognava."

— Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

"No, io non posso amare quel che sei,
quello che sei è in verità uno sbaglio.
C’è in te però una grazia che oltrepassa
quello che tu in ostinatezza sei.
Qualche cosa che è tuo e non ti appartiene,
che è in te origine ma da te diviso,
che a te si accosta cauto, spaventato
del suo stesso incontenibile splendore."

— Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

"E’ mattino ancora, e già i venti
s’addormentano in cielo. Poco a poco,
la nebbia antica e smorta si solleva.
Fiammeggiante, un varco s’apre il sole
nell’argento annebbiato di quest’acque.
E’ mattino, amor mio, fugge la notte
e si esclissa nel miele dei tuoi occhi
l’amaro delle ombre e delle pene."

— José Saramago, Poesie, Einaudi 2002.