Primavere e autunni

Maggio 28

“Come cielo biancastro che consola
con la sua luce bassa egualitaria
che non rivela l’ora, non segnala
la fine, ma ogni distanza anche più
grande ravvicina, tu fabbrica mia
di nuvole, magazziniera immobile,
calami addosso tutta in bianca luce,
che stiano ancora insieme corpo e pensiero,
arresi l’uno all’altro, intimi amici.” — Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

“E’ un uomo talmente freddo, che mi pare esista soltanto di profilo, come su una moneta, sulle monete.” — Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte, Adelphi 2010.

“Detesto ogni tipo di scommessa. Non voglio correre il rischio di vincere. E ho un debole per le sconfitte, per gli sconfitti. Posso anche dirle che vado scoprendomi un certo amore alla rivoluzione: appunto perché è ormai sconfitta.”
“Direi, senza la più lontana intenzione di offenderla, che il suo punto di vista è professionale: per il fatto di starci dentro, a difenderle, lei ha finito col credere che le istituzioni dello Stato borghese abbiano una possibilità di resistenza praticamente inesauribile. Ma non vede quel che succede nel nostro paese? I nodi vengono sempre al pettine.”
“Quando c’è il pettine” disse malinconicamente Rogas.” — Leonardo Sciascia, Il contesto, Feltrinelli 1999.

Maggio 26

“Nel genio precoce - quale appunto era Majorana - la vita ha come una invalicabile misura: di tempo, di opera. Una misura come assegnata, come prescrittibile. Appena toccata, nell’opera, una compiutezza, una perfezione; appena svelato compiutamente un segreto, appena data perfetta forma, e cioè rivelazione, a un mistero - nell’ordine della conoscenza o, per dirla approssimativamente, della bellezza: nella scienza o nella letteratura o nell’arte - appena dopo è la morte. E poiché è un “tutt’uno” con la natura, un “tutt’uno” con la vita, e natura e vita un “tutt’uno” con la mente, questo il genio precoce lo sa senza saperlo. Il fare è per lui intriso di questa premonizione, di questa paura. Gioca col tempo, col suo tempo, coi suoi anni, in inganni e ritardi. Tenta di dilatare la misura, di spostare il confine. Tenta di sottrarsi all’opera, all’opera che conclusa conclude. Che conclude la sua vita.” — Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, Einaudi 1975.

“Sì, ero innocente… Ma che vuol dire essere innocenti, quando si cade nell’ingranaggio? Niente vuol dire, glielo assicuro. Nemmeno per me, ad un certo punto. Come attraversare una strada, e un’automobile ti mette sotto. Innocente, ed è stato investito da un’automobile: che senso ha, dire una cosa simile?”
“Ma non tutti sono innocenti” disse Rogas. “Dico: quelli che capitano nell’ingranaggio.”
“Per come va l’ingranaggio, potrebbero essere tutti innocenti.”
“E allora si potrebbe anche dire: per come va l’innocenza, potremmo tutti cadere nell’ingranaggio.” — Leonardo Sciascia, Il contesto, Feltrinelli 1999.

Maggio 25

“Gran parte dell’eterogeneità e frammentazione spaziale della città contemporanea trova le proprie radici in successivi movimenti di rottura dei sistemi di solidarietà e nel corrispondente emergere di sistemi di intolleranza, siano essi di carattere sanitario, religioso, etnico o culturale, o riguardino differenti modi di vita o livelli di reddito, abitudini di consumo o scelte relative ai caratteri dello spazio abitabile. L’intolleranza nega la prossimità, separa e mette a distanza attività, edifici, spazi pubblici, loro abitanti e frequentatori. La configurazione della città e del territorio è cambiata ogniqualvolta, mutando aspetti fondamentali della struttura economica e sociale, si sono modificati i sistemi di solidarietà e intolleranza entro la società. L’intera storia della città occidentale, forse di ogni città, potrebbe essere scritta avendo riferimento ai sistemi di compatibilità e reciproca incompatibilità tra persone, gruppi sociali e attività che, nei diversi periodi e nelle diverse parti del pianeta, l’hanno marcata. Anche oggi la questione urbana si rivela sempre più come esplosione di nuovi sistemi di intolleranza.” — Bernardo Secchi, La città dei ricchi e la città dei poveri, Laterza 2013.

“Si era creata una prigione, e pareva ci stesse bene. Perciò la scoperta di una prigione in cui lo si poteva tenere ingiustamente, per forza, per violenza, per macchinazione e decisione altrui, aveva sommosso in lui un lucido e implacabile odio, una gelida e micidiale follia. E in fondo, nella vita, la più grande affermazione di libertà è quella di chi si crea una prigione. […] Ma la prigione vera, quella di cui gli altri tengono le chiavi, quella cui gli altri vi costringono, è appunto la negazione della prigione cui forse ogni uomo aspira e che alcuni, inconsapevolmente o meno, realizzano la propria vita.” — Leonardo Sciascia, Il contesto, Feltrinelli 1999.

Maggio 24

“Non temere il cielo diviso
tra il sole e la pioggia;
la Via puoi scoprire soltanto
nel contrasto degli eventi.
Inutile, perso nel bosco,
le parole mi hanno dimenticato;
altro per orientarmi non mi rimane
che un chiaro ruscello cantante
e il ricordo della tua pelle profumata.” — Anonimo cinese.

Maggio 22

“Essere in vita infatti non è altro
che il lusso di un ritardo, restare
nel possibile sospesi tra il poco
e il troppo, ma sempre fuori posto,
sentendo che si può,
che si potrebbe, in un fresco presente
immaginato, pascolo ricco
che viene tralasciato.” — Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

La giornata felice del comandante

Da dove era arrivato quel ricordo? Nella steppa calmucca a sud di Stalingrado il comandante del corpo d’armata sovietico aspettava che si interrompesse il fuoco d’artiglieria che continuava a martellare incessantemente le postazioni nemiche, come un selvaggio rullo di tamburi della terra che invocava il suo legittimo sacrificio di sangue, fuoco e acciaio. Intorno a lui percepiva distintamente la tensione vibrante dei soldati pronti ad avanzare e la potenza trattenuta dei carri T-34, tesi come animali predatori pronti ad afferrare la vittima.
Seguì con lo sguardo il volo di alcuni uccelli che sfrecciavano nell’aria fredda del mattino, lontano dal fumo denso delle esplosioni che ritagliavano nel cielo la linea dell’orizzonte. Fu allora che nella sua mente si presentò il ricordo di una giornata che aveva vissuto qualche anno prima, una giornata in cui era stato felice, con lei. Sorpreso, il comandante girava attorno a quel ricordo inaspettato di personale felicità, senza metterlo pienamente a fuoco, come temendo di farlo così svanire. Capì che si trattava di un dono precario della memoria sopravvissuto al tempo, e si promise di difenderlo e tutelarlo durante l’avanzata dei carri armati e della fanteria, sotto il fuoco tedesco, oltre la linea delle trincee nemiche. Avrebbe portato con sé quel ricordo fino a Berlino, se ci sarebbe arrivato, oppure lo avrebbe stretto tra le braccia mentre la vita gli si sottraeva attraverso le ferite aperte dai proiettili. Decise che una volta riconquistato quel ricordo, non avrebbe mai lasciato che venisse inghiottito di nuovo dall’oblio.
Quando il tuono dei cannoni cessò, mentre l’eco delle esplosioni si disperdeva lentamente nel cielo luminoso, fu la sua voce rauca a spezzare l’attonito silenzio che per qualche secondo si era impossessato della steppa circostante: “avanzate, fino alla vittoria”.