Primavere e autunni

Maggio 24

“Non temere il cielo diviso
tra il sole e la pioggia;
la Via puoi scoprire soltanto
nel contrasto degli eventi.
Inutile, perso nel bosco,
le parole mi hanno dimenticato;
altro per orientarmi non mi rimane
che un chiaro ruscello cantante
e il ricordo della tua pelle profumata.” — Anonimo cinese.

Maggio 22

“Essere in vita infatti non è altro
che il lusso di un ritardo, restare
nel possibile sospesi tra il poco
e il troppo, ma sempre fuori posto,
sentendo che si può,
che si potrebbe, in un fresco presente
immaginato, pascolo ricco
che viene tralasciato.” — Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

La giornata felice del comandante

Da dove era arrivato quel ricordo? Nella steppa calmucca a sud di Stalingrado il comandante del corpo d’armata sovietico aspettava che si interrompesse il fuoco d’artiglieria che continuava a martellare incessantemente le postazioni nemiche, come un selvaggio rullo di tamburi della terra che invocava il suo legittimo sacrificio di sangue, fuoco e acciaio. Intorno a lui percepiva distintamente la tensione vibrante dei soldati pronti ad avanzare e la potenza trattenuta dei carri T-34, tesi come animali predatori pronti ad afferrare la vittima.
Seguì con lo sguardo il volo di alcuni uccelli che sfrecciavano nell’aria fredda del mattino, lontano dal fumo denso delle esplosioni che ritagliavano nel cielo la linea dell’orizzonte. Fu allora che nella sua mente si presentò il ricordo di una giornata che aveva vissuto qualche anno prima, una giornata in cui era stato felice, con lei. Sorpreso, il comandante girava attorno a quel ricordo inaspettato di personale felicità, senza metterlo pienamente a fuoco, come temendo di farlo così svanire. Capì che si trattava di un dono precario della memoria sopravvissuto al tempo, e si promise di difenderlo e tutelarlo durante l’avanzata dei carri armati e della fanteria, sotto il fuoco tedesco, oltre la linea delle trincee nemiche. Avrebbe portato con sé quel ricordo fino a Berlino, se ci sarebbe arrivato, oppure lo avrebbe stretto tra le braccia mentre la vita gli si sottraeva attraverso le ferite aperte dai proiettili. Decise che una volta riconquistato quel ricordo, non avrebbe mai lasciato che venisse inghiottito di nuovo dall’oblio.
Quando il tuono dei cannoni cessò, mentre l’eco delle esplosioni si disperdeva lentamente nel cielo luminoso, fu la sua voce rauca a spezzare l’attonito silenzio che per qualche secondo si era impossessato della steppa circostante: “avanzate, fino alla vittoria”.

Maggio 21

“E’ delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra.
- Io non ho desideri né paure, - dichiarò il Kan, - e i miei sogni sono composti o dalla mente o dal caso.
- Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
- O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge.” — Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori 2010.

Maggio 15

“Ogni bella giornata di novembre
è quasi sempre un’occasione persa.
La luce ha fretta
la luce di novembre non aspetta,
ci pensi sopra e non è più in offerta.
E ci si illanguidisce alla promessa
di una felicità, ah, più che certa
se solo avessi avuto l’accortezza
di predisporre il giusto materiale:
un giro inconcludente in bicicletta
e labbra sfaccendate da baciare.” — Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

Che forse non è questo il mio mestiere?
Perdere tempo, questo è il mio mestiere,
e il bello è perdere quel che non si ha.

Ho perso tempo e certo non l’avevo
ma io perdendo prendo, anzi ricevo,
lusso supremo, la mia immortalità.

Altro non voglio infatti che essere immortale
qui in questa terra essere immortale, sospesa
in mezzo al tempo non più mio, esposta

e già finita, chiuso animale che certo
non risorge, giocando alle parole sono l’inizio.

” — Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

Maggio 13

“Sempre voler capire. Non si può.
Bisogna cedere, bisogna ritirarsi,
bisogna fare come fanno i gatti
quando si acquattano, i muscoli in un fremito
contratti, prima di scagliarsi verso
una qualche preda, che sia per gioco
o che sia roba seria; o quando in ferocissimo
kabuki affrontano il rivale, e l’universo
intero allora si concentra in un assorto
e millimetrico avanzare, e poi
senza preavviso, forse perché si sta mettendo
male - la scusa è sempre una mosca o un moscerino
che si ritrova dalle loro parti -
guardano in giro, si fingono distratti,
loro che c’entrano? Mica era sul serio!
Ma chissà, forse si distraggono davvero.” — Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

Maggio 12

“Andavo nel silenzio prima
andavo nel silenzio e il suono
si levava dal silenzio
e mi raggiungeva, perché io l’ascoltavo
nel silenzio e stava lì con me
entrando in casa. E noi eravamo insieme
e il buio silenzioso ci sognava.” — Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

Maggio 11

“No, io non posso amare quel che sei,
quello che sei è in verità uno sbaglio.
C’è in te però una grazia che oltrepassa
quello che tu in ostinatezza sei.
Qualche cosa che è tuo e non ti appartiene,
che è in te origine ma da te diviso,
che a te si accosta cauto, spaventato
del suo stesso incontenibile splendore.” — Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006.

Maggio 10

“E’ mattino ancora, e già i venti
s’addormentano in cielo. Poco a poco,
la nebbia antica e smorta si solleva.
Fiammeggiante, un varco s’apre il sole
nell’argento annebbiato di quest’acque.
E’ mattino, amor mio, fugge la notte
e si esclissa nel miele dei tuoi occhi
l’amaro delle ombre e delle pene.” — José Saramago, Poesie, Einaudi 2002.