"Abbiamo definito, in una interpretazione del fenomeno più ampia di quella nietzscheana, il misticismo greco, ossia la visione dionisiaca del mondo, come interiorità pura, come impulso a superare tutto ciò che è umano; apollineità è invece ogni forma di espressione, ossia per i Greci attività politica in senso largo. L’arte apollinea è quindi quella in cui l’espressione concide con il sentimento-intuizione, in cui l’espressione è l’unica cosa importante e manca un’antecedente interiorità, è visione pura, oggettività. L’oggetto finito è in certo senso ciò che precede, ed è la causa del sentimento: il sentimento poi si esprime, si realizza attraverso la cosa, si adagia nella cosa, trova in essa un soddisfatto riposo e un limite alla sua infinità. Il contrario avviene per il vero artista dionisiaco, che parte dal di dentro, senza stimoli esterni e senza l’impressione di cose particolari: quando la sua solitudine trabocca di vissutezza, egli sente il bisogno di agire, di comunicarsi agli uomini, di creare, e cerca affannosamente simboli visivi che esprimano il suo interno. Il suo sentimento è infinito e ricerca l’infinità, non può fermarsi su cose determinate che diano pace perché è un’aspirazione eterna, e vuole quindi esprimersi nel generale, nell’indeterminato, in ciò che mantiene il suo strazio, perché di esso egli non può fare a meno, ma in un generico che non sia astratto, che sia l’essenza della vita, da cui rampollano, sono comprese e rappresentate le cose singole. La creazione dionisiaca, che soltanto in Empedocle, come ho detto, si realizza compiutamente, è quindi una forma tutta particolare di arte, che si riscontra in alcune opere di mistici, e in musica."

— Giorgio Colli, Filosofi sovrumani, Adelphi 2009.

"Per il mio onomastico, dunque, il regalo più bello: la Tua lettera. Del tutto inattesa, come è stato ogni volta, non mi abituerò mai a Te (né a me!), e neanche allo stupore, e ai miei pensieri per Te. Tu se ciò che stanotte sognerò, ciò che stanotte mi sognerà. (Sognare o essere sognati?) Una sconosciuta in un sogno altrui. Non Ti attendo mai, Ti riconosco sempre.
Se qualcuno sognerà Te e me insieme, allora ci incontreremo."

— Marina Cvetaeva a Rainer Maria Rilke, Lettere, SE edizioni 2010.

"Di liuti parlatemi solo, parlatemi solo di coppe: il segreto
di questo mondo è un enigma che mai saprà scioglier sapienza."

— Hafez, Ottanta canzoni, Einaudi 2008.

"Il tempo presente e il tempo passato
son forse presenti entrambi nel tempo futuro,
e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.
Se tutto il tempo è eternamente presente
tutto il tempo è irredimibile.
“Ciò che poteva essere” è un’astrazione
che resta una possibilità perpetua
solo nel mondo delle ipotesi.
Ciò che poteva essere e ciò che è stato
tendono a un solo fine, che è sempre presente.
Passi echeggiano nella memoria
lungo il corridoio che non prendemmo
verso la porta che non aprimmo mai
sul giardino delle rose."

— T. S. Eliot, Quattro quartetti.

"Rainer, ieri sera sono uscita a ritirare il bucato, stava per piovere. E ho accolto fra le braccia tutto il vento, anzi, tutto il nord. E aveva il Tuo nome. (Domani sarà il sud!) Non l’ho accolto in casa, se n’è rimasto sulla soglia. Non è entrato in casa, ma mi ha portato con sé sul mare, appena mi sono addormentata."

— Marina Cvetaeva a Rainer Maria RilkeLettere, SE edizioni 2010.

"Leggevo la Tua lettera in riva all’oceano, l’oceano leggeva con me, leggevamo insieme. Non ti disturba un simile compagno di lettura? Altri non ce ne saranno - sono troppo gelosa (nei Tuoi confronti - sollecita)."

— Marina Cvetaeva a Ranier Maria Rilke, Lettere, SE edizioni 2010.

"Che io lo voglia oppure no, attendo i Suoi libri come si aspetta un temporale incombente. Quasi come un’operazione al cuore (non è una metafora! Ogni (Tua) poesia fende il cuore e lo intaglia a modo suo, che io lo voglia oppure no). Non si deve volere!
Sai perché Ti dico Tu e Ti amo e… e… e… Perché Tu sei una forza. La più rara."

— Marina Cvetaeva a Rainer Maria Rilke, Lettere, SE edizioni 2010.

"Mi hai teso le Tue mani, prima l’una, poi l’altra, e poi le hai giunte, Marina, hai affondato le Tue mani nel mio cuore come nella conca di una fontana fluente: ora è a Te che corre, fin tanto che ve le terrai, il flusso deviato… Non respingerlo."

— Rainer Maria Rilke a Marina CvetaevaLettere, SE edizioni 2010.

"Il vecchio Jadlowker, un ebreo antichissimo dalla barba d’argento, sedeva rigido e mezzo paralizzato davanti all’immenso portone ad arco dai battenti color verde-prato. Somigliava a un inverno che ancora voglia godere gli ultimi bei giorni dell’autunno e portarseli via in quell’eternità così vicina nella quale non esistono più stagioni. Non sentiva nulla, non capiva una parola, era sordo come una campana. Ma dai suoi grandi occhi neri e tristi mi parve di intendere che egli in qualche modo vedesse tutto quello che i più giovani sentivano solo con gli orecchi, e che perciò fosse, per così dire, sordo di sua volontà e per suo sommo diletto. L’estate di San Martino passava su lui sommessa e tenera nell’aria. L’argenteo ma pur sempre tiepido sole autunnale inondava di luce il vecchio, che sedeva in faccia all’occidente, che era in attesa della sera e del tramonto, indizi terreni della morte, quasi aspettasse che l’eternità, alla quale quanto prima era destinato, venisse a lui invece di andarle lui incontro. Instancabili stridevano i grilli. Instancabili gracidavano le rane. Una gran pace regnava in questo mondo, l’acerba pace dell’autunno."

— Joseph Roth, La Cripta dei Cappuccini, Adelphi 1992.

"Avrei tanto voluto che la giornata fosse tutta come la colazione, quando le perone sono ancora sintonizzate sui loro sogni e non è previsto che debbano affrontare il mondo esterno. Mi sono reso conto che io sono sempre così; per me non arriva mai il momento in cui, dopo una tazza di caffè o una doccia, mi sento improvvisamente pieno di vita, sveglio e in sintonia col mondo. Se si fosse sempre a colazione, io sarei a posto."

— Peter Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile, Adelphi 2007.